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P.1HH debutta al salone di Sua Maestà

Farnborough (Londra), al salone internazionale dell’aviazione 2014 Piaggio Aero Industrie ha mostrato la versione ormai definita del drone bimotore turboelica P.1HH HammerHead, il primo velivolo a pilotaggio remoto della sua categoria (oltre sei tonnellate), progettato e costruito interamente in Italia. Lo HammerHead è un velivolo capace di decollo e atterraggio automatico (Atol, Automatic Take Off and Landing) che si posiziona nella fascia alta dei grandi Rpas, detti “Male” (Medium Altitude Long Endurance). L’Uav di Piaggio può raggiungere la quota di 13.700 metri con una permanenza in volo di oltre 16 ore. La missione è gestita da una stazione di terra collegata attraverso un sistema di comunicazione in linea di vista (Visual line of sight operations – Vlos) e via satellite oltre la linea di vista (Beyond line of sight – Bvlos), che consente il controllo remoto dei sistemi di navigazione e di missione installati a bordo. Tra i quali cinque videocamere: due anteriori, due sottostanti in posizione avanzata e posteriore, ed una panoramica sulla sommità della deriva, attraverso le quali gli operatori di sistema possono condurre le operazioni oltre che mediante le consolle di comando.
Il carico utile dichiarato dall’azienda italiana (ma posseduta al 98% da Mubadala di Abu Dhabi), del P.1HH è 900 chilogrammi. Anche se la sua forma si basa sulle linee del bi-turboelica P 180 Avanti II, la struttura e gli impianti sono stati completamente rifatti per soddisfare i molti requisiti di sistema previsti dal progetto.

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Vale un miliardo il MALE comune dell’Europa

Per comprendere l’importanza che i media hanno dato alla notizia di ieri, relativa alla cooperazione tra Paesi per la realizzazione del drone militare (ma non soltanto) “Medium Altitude Long Endurance“, in sigla, MALE, è necessario fare un passo indietro al luglio 2013, quando l’Alto rappresentante per la Difesa comune aveva nominato i sistemi Rpas come una priorità militare del’Unione. La faccenda era stata ribadita dal Consiglio Europeo nel dicembre scorso dopo che un mese prima, presso l’Agenzia per la Difesa Europea (EDA), i Ministri di Francia, italia, Polonia, Spagna, Olanda, Germania e Grecia avevano affidato proprio all’EDA il compito di studiare un progetto comune con le caratteristiche di pattugliatore a media quota e alta autonomia. I soldi, ovviamente, sono questi: un miliardo di Euro per il programma, 150 milioni per la fase preliminare di ricerca e sviluppo. Passateci la battuta, proprio niente MALE.

Tutto questo per un motivo preciso e storico: all’inizio degli anni Novanta l’Europa, in fatto di Difesa e tecnologia, peccò di nazionalismo e perse l’unica occasione per restare al passo con i costruttori d’Oltreoceano sui caccia di quinta generazione, sparpagliandosi in programmi poco uniformati tra loro: alcuni esempi, la Francia oggi “spinge” il Dassault Rafale, l’Italia, Germania, Regno Unito eccetera l’Eurofighter Typhoon, la Svezia il Saab Jas 39 Gripen. E la questione F-35 era ancora lontana, seppure, per noi italiani, gli F-104 erano stati sostituiti dagli F-16 in leasing dagli Usa, gli AMX avevano mostrato i loro limiti e il Typhoon soffriva di lenta standardizzazione.

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Ginevra, 20 maggio. Al salone Ebace 2014, ad Airbus, che produce velivoli ed elicotteri civili e militari scappa una frase che la stampa specializzata coglie al volo: “Vanno bene gli A 319 arredati come appartamenti di lusso, ed anche mezzi più grandi in configurazione Vip, ma molte risorse sono concentrate nel realizzare la famiglia Unmanned.” Leggere: riuscirà Airbus a fare con gli UAS ciò che ha fatto da trentacinque anni a oggi con i velivoli commerciali? Ovvero: creare una piattaforma estendibile, Un  modello dal quale generare rapidamente ed economicamente in downsizing / upsizing con ampio utilizzo di comunanza tra parti? Prima sarà necessario recuperare conoscenza e tecnologia nei confronti degli Usa, che dominano il settore militare di Uav e Ucas, consentendo poche e controllatissime ricadute nella produzione civile degli Rpas medio-grandi. Ecco che la notizia diventa quella che ci aspettavamo: Airbus Group, insieme con altri due costruttori del Vecchio continente sta sviluppando i sistemi militari della “nuova generazione”.

Il Patroller della francese Sagem

Il Patroller della francese Sagem

I partner sono Dassault Aviation e Alenia Aermacchi, e che il nuovo drone sarà pronto per il 2020, la necessità di un mezzo simile per le forze armate europee è irrinunciabile” ha dichiarato Bernhard Gerwert, direttore generale di Airbus Defence & Space. A frenare il progetto la situazione attuale delle dotazioni e i contratti in essere con gli Usa, che vendono all’Europa Predator e Reaper per cinque miliardi di Euro l’anno e che prevedono di arrivare a nove entro il 2018.

Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania e Olanda hanno infatti acquisito i Reaper della General Atomics, e alcuni modelli di questi montano parti italiane ri-commercializzate da aziende Usa, come sempre quando si tratta di forniture destinate al Dipartimento della Difesa (DOD). inoltre, Israele è riuscito a piazzare una commessa “Unmanned” in Europa. Pare quindi che la sfida interna dei Paesi UE, prima che tecnologica, sia di mettersi d’accordo per spartirsi i contratti e decidere chi farà che cosa, ma in fretta. Uno scenario complesso che mostra ancora una volta i limiti dell’Unione: poca voglia di fare fronte comune. Purtroppo, però questa volta, per fare sistema, dovrà giocoforza sfavorire le poche aziende che hanno sviluppato esperienze e tecnologia in questo campo e che legittimamente vorrebbero guadagnare con i mezzi già oggi prodotti. E i venti di Euro-scetticismo ed Euro-modifiche che stanno precedendo le elezioni non fanno presagire certo la soluzione per il MALE comune.